a cura della dott.ssa Rita Marri, psicologa

UN PO’ DI STORIA

Nella prima parte della sua carriera, Aaron Beck (di prima formazione psicanalista) lavorava con i suoi pazienti con le libere associazioni. Queste erano particolarmente efficaci per superare le censure che i pazienti mettevano inconsciamente in atto sui loro pensieri; per questo Beck –anche ammettendo che non fosse possibile per il paziente riferire tutti i suoi pensieri- pensava che queste verbalizzazioni fossero comunque un buon campione di riferimento dell’ideazione di ciascun paziente.

Col tempo però, Beck comincio a sospettare che i pazienti non riportassero alcune aree della loro ideazione. Nei suoi libri, sono citati almeno due esempi che lo ispirarono. Un giorno, durante una sessione di libere associazioni, un paziente rivolse a Beck delle critiche con molta rabbia. Quando Beck gli chiese come si sentiva, il paziente stesso raccontò che, mentre stava esprimendo tali critiche, aveva più correnti di pensiero parallele: una riguardava l’ostilità verso il terapeuta, mentre un’altra esprimeva i suoi sensi di colpa, il sentirsi una persona cattiva, ignobile… In un’altra occasione, una paziente che aveva parlato per la tutta la seduta della sua vita sessuale, rivelò a Beck della sua paura di averlo annoiato, e questa preoccupazione era pervasiva in tutti gli ambiti della sua vita.

LA SCOPERTA: I PENSIERI AUTOMATICI!

Beck capì di essere di fronte ad un flusso di pensieri che correva parallelamente al flusso espresso precedentemente. Nel primo esempio: un flusso di pensieri produceva l’espressione di rabbia del paziente, mentre un altro flusso era collegato ai sensi di colpa. Beck comprese che erano questi pensieri nascosti a precedere lo stato emotivo e scelse di chiamarli, visto che emergevano in modo rapido ed automatico, pensieri automatici. I pensieri automatici, per definizione, non sono il risultato di una riflessione o di un ragionamento, sono veloci e concisi, quindi noi stessi non ne siamo sempre totalmente consapevoli. Ciò di cui ci rendiamo conto sono le emozioni che proviamo a seguito dei pensieri automatici.

Questi pensieri automatici possono portarci a commettere degli errori di pensiero (le distorsioni cognitive), e poi provocare stati emotivi e comportamentali negativi. Le distorsioni cognitive possono essere di segno positivo, quando vediamo la realtà e gli eventi più positivamente di quanto siano, o di segno negativo, quando vediamo la realtà meno bella di quello che è – e questo spesso ci frena e ci blocca nel raggiungimento dei nostri obiettivi.

COME LAVORARE SULLE DISTORSIONI COGNITIVE?

In questa ottica, il paziente psicologico non è ammalato, ma sbaglia da un punto di vista cognitivo. I disturbi psicologici, secondo Beck, derivano direttamente dalle distorsioni cognitive, quegli errori di pensiero che influenzano la percezione e l’interpretazione degli eventi passati, presenti e futuro.

Se le nostre emozioni, i nostri sentimenti, il nostro comportamento e il nostro modo di percepire noi stessi e la realtà esterna possono essere influenzati negativamente dalle distorsioni cognitive, allora grazie alla correzione di questi pensieri errati saremo in grado di influenzare (e migliorare) il nostro stato d’animo e il nostro umore, bloccando il loro potere per noi controproducente.

Tutti tendiamo a fare moltissimi errori di pensiero quotidianamente. La prossima volta che te ne rendi conto, prova a fare così: scrivilo su un foglio, poi cerca di identificare che tipo di errore stai facendo. Stai generalizzando a tutto, un elemento che invece ha un’influenza limitata? Stai catastrofizzando qualcosa che non è così tanto grave? Stai svalutando tutto ciò che fai di positivo, magari perché hai fatto un singolo errore? Stai etichettando una persona o una situazione senza avere abbastanza informazioni al riguardo? Stai esagerando un elemento negativo, minimizzando quelli positivi?

In un prossimo articolo elencheremo quali sono le distorsioni cognitive in cui incappiamo più frequentemente!