A cura della dr.ssa Lidia Martinelli e del dr. Francesco Artegiani psicologo e psicoterapeuta

La depressione: la malattia del nostro secolo

van_goghIl termine “depressione” è parte integrante del nostro gergo quotidiano. Tendenzialmente lo utilizziamo per definire noi stessi o altre persone quando si è tristi dopo un evento spiacevole, quando qualcuno si mostra poco allegro o parla di argomenti un po’ tetri oppure quando ci si sente fiacchi e stanchi a causa degli stress quotidiani. Ma che cos’è, effettivamente, la depressione? L’intento principale di questo articolo è quello di illustrare quali sono, secondo la psicologia e la psichiatria istituzionale (e facendo riferimento nello specifico al DSM-5), le caratteristiche principali, i comportamenti o gli atteggiamenti che costituiscono la persona diagnosticata come depressa. Tenendo conto comunque degli innumerevoli limiti degli strumenti di categorizzazione diagnostica utilizzati in ambito clinico, che posso portare a iperpatologizzare o a incasellare il paziente focalizzandosi esclusivamente sul disturbo piuttosto che sulla persona e i suoi bisogni, ci sembra opportuno mostrare quali sono i criteri generali per aiutare a distinguere una crisi depressiva passeggera da un disturbo depressivo vero e proprio.

La depressione secondo il DSM-5

interrogativoIl DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – quinta edizione) è un manuale standardizzato e approvato dall’America Psychiatric Association che fornisce criteri condivisi a livello internazionale, basati su ricerche scientifiche, per le diagnosi e la ricerca in ambito medico, psicologico e psichiatrico. Rappresenta, quindi, uno dei principali punti di riferimento per oggettivare le diagnosi e fornire al clinico un orientamento al trattamento o alla terapia (non è comunque l’unico manuale esistente).

Nel DSM-5 la depressione è definita Disturbo Depressivo Maggiore. Riportiamo qui di seguito i criteri per la diagnosi.

  1. Cinque (o più) dei seguenti sintomi sono stati contemporaneamente presenti durante un periodo di due settimane e rappresentano un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento; almeno uno dei sintomi è 1) umore depresso o 2) perdita di interesse o piacere

NOTA. Non comprendere sintomi chiaramente attribuibili ad altra condizione medica.

  • Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, come riportato dall’individuo (per es., si sente triste, vuoto/a, disperato/a) o come osservato da altri (per es., appare lamentoso/a). (Nota. Nei bambini e negli adolescenti l’umore può essere irritabile)
  • Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni (come indicato dal resoconto soggettivo o dall’osservazione)
  • Significativa perdita di peso, non dovuta a dieta, o aumento di peso (per es., cambiamento superiore al 5% del peso corporeo in un mese) oppure diminuzione o aumento dell’appettito quasi tutti i giorni. (Nota. Nei bambini, considerare l’incapacità di raggiungere i normali livelli ponderali)
  • Insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi tutti i giorni (osservabile dagli altri, non semplicemente sentimenti soggettivi di essere irrequieto/a o rallentato/a)
  • Faticabilità o mancanza di energia quasi tutti i giorni.
  • Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati (che possono essere deliranti), quasi tutti i giorni (non semplicemente autoaccusa o sentimenti di colpa per il fatto di essere ammalato/a).
  • Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni (come impressione soggettiva o osservata da altri).
  • Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico o un tentativo di suicidio o un piano specifico per commettere suicidio.
  1. B) I sintomi causano disagio clinicamente significativo e compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
  2. C) L’episodio non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o a un’altra condizione medica.

NOTA. I Criteri A-C costituiscono un episodio depressivo maggiore.

NOTA. Risposte a una perdita significativa (per es., lutto, tracollo finanziario, perdite derivanti da un disastro naturale, grave patologia medica o disabilità) possono comprendere sentimenti di intensa tristezza, ruminazione sulla perdita, insonnia, scarso appetito e perdita di peso, annotati nel Criterio A, che possono assomigliare a un episodio depressivo. Nonostante tali sintomi possano essere comprensibili oppure considerati appropriati alla perdita, la presenza di un episodio depressivo maggiore in aggiunta alla normale risposta a una perdita significativa dovrebbe essere considerata attentamente. Questa decisione richiede inevitabilmente una valutazione clinica basata sulla storia dell’individuo e sulle norme culturali per l’espressione del disagio nel contesto della perdita.

  1. D) Il verificarsi dell’episodio depressivo maggiore non è meglio spiegato dal disturbo schizoaffettivo, dalla schizofrenia, dal disturbo schizofreniforme, dal disturbo delirante o dal disturbo dello spettro della schizofrenia e altri disturbi psicotici con altra specificazione o senza specificazione.
  2. E) Non vi è mai stato un episodio maniacale o ipomaniacale. Nota. Tale esclusione non si applica se tutti gli episodi simil-maniacali o simil-ipomaniacali sono indotti da una sostanza o sono attribuibili agli effetti fisiologici di un’altra condizione medica.

PRECISAZIONE. Un episodio maniacale (durata almeno una settimana) o ipomaniacale (durata anche di 4 giorni) si può intendere come l’esatto contrario di una crisi depressiva, è infatti un periodo di tempo ristretto in cui il soggetto appare estremamente più attivo ed energico rispetto al suo andamento solito, fino al punto di rischiare di mettersi in pericolo, soffrire di insonnia o assumere comportamenti invadenti nei confronti degli altri.

Il lutto: una piccola parentesi

Una specificazione importante, riportata in fonda ai criteri diagnostici, è quella riguardante un episodio depressivo maggiore (EDM) e il lutto. È infatti importante considerare che:

-nel lutto il vissuto predominante consiste in sentimenti di vuoto e perdita, mentre l’EDM consiste in un umore depresso persistente e un’incapcandelaacità di provare felicità o piacere;

-il dolore del lutto può essere accompagnato da umore ed emozioni positivi che nono sono caratteristici dell’infelicità e sofferenze pervasive tipiche di un EDM. Il contenuto del pensiero associato al lutto presenta generalmente una preoccupazione relativa a pensieri e ricordi del defunto, piuttosto che le ruminazioni autocritiche o pessimistiche osservate nell’EDM;

-nel lutto, l’autostima generalmente è preservata, mentre nell’EDM sono comuni sentimenti di autosvalutazione e disgusto per sé stessi. Se nel lutto è presente ideazione autodenigratoria, si tratta in genere di carenze percepite nei confronti del defunto (per es., non averlo visitato abbastanza frequentemente, non aver detto al defunto quanto fosse amato). Se un individuo che ha subito un lutto ha pensieri relativi alla morte o al morire, tali pensieri sono generalmente focalizzati sul defunto ed eventualmente sul raggiungere il defunto, mentre nell’EDM tali pensieri sono focalizzati sul mettere fine alla propria vita per sentimenti di inutilità, di essere immeritevoli della vita, oppure incapaci di affrontare il dolore della depressione.

Depressione e Dolore mentale: una nuova frontiera per la comprensione e prevenzione del suicidio

depressioneUna delle più gravi conseguenze della depressione è sicuramente la comparsa delle idee suicidarie o il suicidio vero e proprio. Le ricerche scientifiche in questo ambito (in Italia fanno capo soprattutto all’Università di Bologna) stanno però mostrando come, in realtà, soggetti depressi non necessariamente arriveranno mai all’ideazione suicidaria, mentre un altro costrutto, il dolore mentale, sembra invece mostrare questa connessione. Il dolore mentale è uno stato di sofferenza intenso caratterizzato da emozioni negative come rabbia, angoscia, disperazione, paura, vergogna, solitudine, colpa, senso di perdita e impotenza. Sempre secondo questo filone di ricerca, è stato evidenziato come ciò che porta di più le persone a sviluppare l’idea di morire è legata alla ricerca di significato e quindi, più in generale, questa sarebbe spesso riconducibile alla dimensione spirituale piuttosto che alla dimensione psicopatologica. Come affermato da Frankl, infatti, l’essenza più profonda della condizione umana è proprio la ricerca e, più precisamente, la comprensione del significato da attribuire a sé stessi, al mondo e alla realtà. Nel momento in cui un individuo non trova un significato alla propria vita entra in uno stato di frustrazione esistenziale che può anche essere inteso come ciò che innesca una condizione psicopatologica ma, in realtà, più direttamente, provoca intensa sofferenza fino al punto da non vedere altra soluzione che la morte. Il significato (o di conseguenza l’assenza di significato) di vita è strettamente correlata alla felicità, al concetto di stress e alla patologia, quindi, di conseguenza, il significato di vita si può considerare correlato al livello di benessere mentale e fisico e quindi, ancora, al suicidio. Queste osservazioni recenti sono, a nostro parere, di fondamentale importanza per non sottovalutare la propria sofferenza anche al di là della diagnosi psicologica. Le idee suicidarie sono per definizione angosciose e invalidanti, pertanto, senza ridurre o minimizzare la problematica, poter considerare la possibilità di andare oltre i sintomi esplorando i propri bisogni profondi sembra rappresentare sempre di più uno spiraglio di luce non solo per il clinico ma anche per la persona stessa che si trova di fronte il desiderio di morire.

Riferimenti bibliografici

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