a cura della dott.ssa Giovannina Marasco, educatrice

Cosa devono sapere un genitore ed un educatore sulla complicata fase dell’adolscenza:

  1. Non può esserci adolescenza senza rischio, perché senza assunzione di rischio non può esserci crescita.
  2. Quando gli adolescenti si mettono in gioco e scelgono nuove modalità di occupazione del proprio tempo libero, quali partecipazione a sport mai sperimentati prima, oppure l’adesione ad una rock band o ancora l’assunzione attiva all’interno di un gruppo politico o di volontariato, dimostrano di volersi assumere rischi utili al loro percorso di crescita, quindi funzionali ed evolutivi.
  3. I rischi involutivi e disfunzionali assunti dagli adolescenti includono l’abuso di sostanze ad azione psicotropa, la guida spericolata di auto e motoveicoli, la promiscuità sessuale, i comportamenti autolesivi o microcriminali, il vandalismo ed il bullismo.

  4. Molti genitori vedono solo la natura provocatoria e di aperta sfida dei comportamenti a rischio degli adolescenti, che in molti casi, invece, sono messi in atto come tentativo maldestro di definire la propria identità e di operare una linea netta di separazione e demarcazione dal mondo deli adulti.
  5. Alcuni comportamenti a rischio disfunzionali e involutivi possono generare dipendenza e intrappolare l’adolescente che li ha intrapresi per altri scopi. E’ per questo che di fronte ad un adolescente che mostra i primi segni di questo tipo di comportamenti (ad esempio: uso di droghe, gravi restrizioni alimentari, self-cuting) un adulto deve chiedere aiuto ad uno specialista o ad un esperto e far si che non si inneschi il ciclo della dipendenza e della cronicità.
  6. I segnali che soprattutto devono mettere in allerta un adulto sono associati allo stato emotivo di un adolescente (ansia e depressione), al suo insuccesso scolastico, al suo coinvolgimento in attività penalmente perseguibili o al suo ritorno a casa in stato di evidente alterazione dello stato di coscienza.
  7. Genitori ed educatori devono aiutare gli adolescenti a trovare modi sani di assunzione del rischio, in cui i ragazzi possano mettersi alla prova, sperimentare il senso delle proprie competenze e del proprio limite, accettare l’eventuale fallimento oppure godere del proprio successo e vederlo riconosciuto come una propria conquista personale.
  8. Se un adolescente parla con gli adulti di un proprio amico o compagno che sta correndo un grave rischio, sta probabilmente che qualcuno intervenga e lo aiuti e allo stesso tempo gli faccia comprendere i significati delle emozioni che sta sperimentando nella relazione con il compagno in pericolo. Non si deve mai lasciare solo e confuso un adolescente che racconta una propria storia di grave rischio comportamentale oppure quella di un soggetto a lui vicino.
  9. Un adulto deve fingere da “mente vicaria” che integra le funzioni ancora limitate della mente di un adolescente. Parlando di rischi, gli adulti devono aiutare gli adolescenti a riconoscere cos’è un rischio, a definirne e anticiparne le conseguenze; devono, inoltre, offrire indicazioni chiare in relazione al posizionamento del limite che non può essere oltrepassato (il classico “paletto”).
  10. Ogni volta che un adulto usa il divieto per prevenire i comportameti a rischio di un adolescente, allo stesso tempo dovrebbe essere però in grado di fornire chiare e valide alternative. In questo senso è fondamentale che l’adulto mostri un comportamento coerente e congruente con quanto viene richiesto: un divieto valido per un adolescente dovrebbe essere testimoniato dall’adulto non solo con parole, ma anche con azioni.

Bibliografia:

  • Bonino S., Cattelino E., Ciairano S. (2007), Adolescenti e rischio. Comportamenti, funzioni e fattori di protezione (Nuova ed.), Giunti, Firenze.
  • Pellai A., Boncinelli S. (2002), Just do it! I comportamenti a rischio in adolescenza. Manuale di prevenzione per scuola e famiglia, Franco Angeli, Milano.