“LA SEMPLICITA’ DEL RESPIRO: COME UN LAMA TIBETANO CI INSEGNA A MEDITARE”

Che cosa significa meditare? Osservare l’attività della mente nel momento presente. E come si fa? Fermandosi e portando l’attenzione al proprio respiro e a come l’aria entra ed esce dal naso. E perché è importante meditare? Perché tutti gli esseri umani vogliono essere felici ma tutti gli esseri umani, in quanto tali, soffrono. E perché l’uomo soffre? A causa del cambiamento e dell’impermanenza di tutte le cose. E come si può affrontare questa sofferenza? Rendendoci conto di come funziona il nostro attaccamento. E’ con questo ragionamento che il Lama Gendun Dhargay (per maggiori informazioni su di lui si rimanda al sito www.sostibet.org) apre il XII Convegno di Arteterapia tenutosi presso il Cittadella ProCivitate Christiana ad Assisi intitolato “Giardinieri dell’Anima”, un intenso incontro tra diverse figure professionali, come arte terapeuti, psicologi, counselor, geriatri, animatori, formatori, accomunati dall’amore per la natura e mossi dalla consapevolezza dell’importanza non solo di un contatto diretto con essa ma anche, più in profondità, con la parte più naturale del nostro essere, con il proprio corpo e con le proprie emozioni.

 

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“Che cosa significa meditare? Osservare l’attività della mente nel momento presente .”

Se provassimo a chiudere gli occhi e rimanere fermi per 5 minuti probabilmente ci accorgeremmo che già questo apparentemente semplice gesto può risultare molto difficile, tanto che alcuni di noi potrebbero provare un estremo disagio solo nel tenere gli occhi chiusi o nello stare in silenzio. La maggior parte di noi (oserei dire tutti), soprattutto noi occidentali, si trova in un perenne stato di stress che si potrebbe definire psicofisico, il quale ci logora, quindi, non solo a livello fisico ma anche a livello mentale. Abbiamo la costante percezione di non essere padroni di noi stessi e della nostra vita, che le giornate ci sfuggono inesorabilmente tra impegni inevitabili e ci sentiamo tenuti stretti in pugno dai nostri pensieri. Sedendoci e chiudendo gli occhi probabilmente noteremmo subito come abbiamo sì fermato il nostro corpo, ma che la nostra mente, intanto, vaga come una scimmia impazzita da un pensiero ad un altro. Osservando ancora più attentamente, inoltre, ci accorgeremmo che la maggior parte dei pensieri tra i quali saltella questa scimmia non riguarda il momento presente ma si riferiscono a quello che abbiamo fatto ieri, a quello che dobbiamo fare dopo, al fatto che è finito lo zucchero e lo debbiamo ricomprare e così via. Tutto fuori dal momento presente e tutto al di fuori di noi.

 

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“Come si fa ad osservare l’attività della mente nel momento presente? Fermandosi e portando l’attenzione al proprio respiro e a come l’aria entra ed esce dal naso.”

Come può,respirare, aiutare a portare l’attenzione al momento presente? E cosa significa portare l’attenzione al respiro? Solitamente, come spiega il Lama, una persona, nell’arco delle 24 ore, dovrebbe compiere all’incirca 21.600 respiri, per un totale di 900 respiri in un’ora. Nel momento in cui una persona è ansiosa, tesa o è in uno stato di panico compie molti più respiri e molto più brevi, quindi non respira come dovrebbe, riducendo così l’ossigenazione delle cellule e alterando la circolazione del sangue. Respirare è forse l’attività più strettamente connessa alla nostra sopravvivenza e, proprio come tale, è strettamente connessa al senso del piacere, più precisamente al piacere di esistere. I ritmi di vita innaturali che l’essere umano ha assunto hanno intaccato anche questa funzione essenziale non permettendo, quindi, senza nemmeno che noi ce ne accorgiamo, una corretta funzionalità del nostro organismo e della nostra mente, fino ad arrivare a vere e proprie manifestazioni fisiche anche croniche come mal di testa, mal di pancia, sibili nell’orecchio, fastidi al petto e così via, per non parlare di manifestazioni comportamentali di diverso tipo come scatti d’ira, umore depresso, mangiare troppo o troppo poco e chi più ne ha più ne metta.

 

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“E perché dovremmo meditare? Perché tutti gli esseri umani vogliono essere felici ma, allo stesso tempo, tutti gli esseri umani, come tali, soffrono.”

Meditare non implica necessariamente incrociare le gambe e dire “om”. Il senso della posizione solitamente assunta per la meditazione è connesso ad un equilibrio di diversi punti energetici che abbiamo nel corpo e quindi, in questo senso, aiuta il raggiungimento dello stato meditativo ma meditare è qualcosa di molto di più e, allo stesso tempo, di molto di meno. Meditare è essere consapevoli di quello che succede dentro di noi e fuori di noi in ogni momento. E’ essere dentro noi stessi in ogni cosa che facciamo, banale o importante, semplice o difficile, bella o brutta. E’ essere sé stessi al cento per cento, in tutti i singoli momenti della nostra giornata, in tutte le nostre scelte. E’ questo l’unico modo che l’essere umano ha per essere felice e accogliere la sofferenza, quindi la vita. Vivere implica la sofferenza, la sofferenza è parte integrante della nostra esistenza. La sofferenza ci annienta perché la percepiamo come qualcosa di opposto alla vita, una sorta di incidente di percorso. Se accogliessimo l’esistenza della sofferenza e cercassimo la vita in noi stessi non solo apparirebbe a noi un senso diverso dell’esistere ma riusciremmo anche ad essere più padroni della nostra vita, delle nostre emozioni e delle nostre scelte. Meditare è anche essere in contatto con le proprie emozioni, qualsiasi esse siano, senza giudicarle. Spiega sempre il Lama, parlando a noi seduti in cerchio davanti a lui, che in questo preciso momento potremmo essere anche tutti abbastanza tranquilli e rilassati ma se sentissimo che qualcuno urta la nostra macchina in maniera abbastanza violenta scatteremmo subito in piedi e ci arrabbieremmo molto. Questo significa che la rabbia era già lì, nascosta, pronta ad uscire alla prima occasione, ma probabilmente non ne eravamo consapevoli, non la sentivamo. Non essere in contatto con le proprie emozioni ci toglie dalle mani l’occasione di essere sereni condannandoci ad una vita controllata e tesa. Non esistono emozioni sbagliate, possono esserci agiti impulsivi che possono avere delle conseguenze negative, ma che si manifestano solitamente, appunto, proprio quando non siamo in contatto con l’emozione sottostante.

 

“Perché l’uomo soffre? A causa del cambiamento e dell’impermanenza di tutte le cose.“

L’uomo è, non solo, estremamente antropocentrico, ma si crede anche una sorta di supereroe eterno capace di controllare qualsiasi cosa desideri. Tutto, invece, è in continuo cambiamento, persino noi stessi. Non siamo più quelli dell’anno scorso, non siamo più quelli di un mese fa, non siamo più quelli di ieri ma non siamo neanche più quelli di un attimo fa. Così anche le persone intorno a noi, le situazioni, il nostro lavoro, la società intera. E quante volte questo continuo cambiamento ci fa sentire persi, disorientati? Accogliere (che significa non solo accettare, ma accettare con amore) questa realtà delle cose è il primo passo per comprendere meglio noi stessi e la nostra vita, aiutandoci ad affrontare con una visione diversa ogni singolo giorno.

 

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“E come si può affrontare questa sofferenza? Rendendoci conto di come funziona il nostro attaccamento.”

Il punto non è solo quello di essere consapevoli della mutevolezza di tutte le cose. Il punto centrale è renderci conto di quanto e come ognuno di noi sia attaccato a tutto ciò che cambia continuamente. Il Lama spiega che, nel momento in cui ciò a cui siamo attaccati ci rende schiavi, il nostro legame diventa negativo, a prescindere dall’oggetto dell’attaccamento. E ciò che ci rende schiavi è l’identificazione con quel determinato oggetto. Tanti possono essere i tipi di attaccamento: ai propri beni, ai propri figli, ai propri cari, al proprio compagno o compagna, al proprio cane o anche alla propria gioventù. Tenere a tutte queste cose non è nulla di sbagliato ma è necessario imparare a lasciarle andare nel momento opportuno, percependo tutto quello che abbiamo come qualcosa di cui possiamo essere grati e felici nel momento in cui c’è, senza controllarlo o possederlo, ma come qualcosa che non è parte della nostra persona, o meglio, appunto, della nostra identità. Il Buddhismo, per riconoscere se l’attaccamento è buono o non buono, consiglia anche di evitare gli eccessi, sia eccessi in ricchezza che in povertà, e consiglia di essere sempre grati e soddisfatti di quello che c’è, accettando quello si è ricevuto.

Di meditazione se ne sente ormai parlare molto frequentemente e in tutte le salse ma quello che la figura del Lama Gendun, a mio parere, può in questo caso ricordarci è proprio ciò che di più importante la meditazione permette di riscoprire, ovvero la semplicità, la semplicità di essere in questa vita e di essere sé stessi, che passa proprio attraverso la semplicità del respiro.

A cura della Dr.ssa Lidia Martinelli