LA DISSONANZA COGNITIVA: La teoria di Leon Festinger che ha cambiato la psicologia sociale

A cura della Dr.ssa Rita Marri  e del Dr. Francesco Artegiani, psicologo-psicoterapeuta

dissonanza1Partiamo con una famosa storia di Esopo. Una volpe affamata vede dei grappoli d’uva che pendono da una vite. Vorrebbe afferrarli e mangiarli, ma l’uva è troppo lontana. La volpe finisce per allontanarsi borbottando che sicuramente l’uva sarà acerba.

Ora passiamo ad un esempio più attuale. Anna riceve due proposte di matrimonio da Mario e da Luigi. È molto indecisa tra i due corteggiatori, ma alla fine decide di sposare Mario. Poco dopo il matrimonio, Anna si rende conto che Mario era proprio l’uomo giusto, sicuramente migliore di Luigi. Le sue moltissime buone qualità sembrano ancora più importanti, mentre di Luigi ricorda solo i difetti. Non avrebbe mai potuto sopportare l’odio di Luigi per la musica classica. Per non parlare di quella mania di fare zapping in continuazione alla TV senza guardare mai niente.

La definizione di “dissonanza cognitiva” e perché riguarda tutti gli aspetti della nostra vita

Che cos’hanno in comunque queste due storie, apparentemente così diverse? Quello che Leon Festinger, nel 1957, ha chiamato dissonanza cognitiva. Alla base della concettualizzazione di Festinger c’è l’assunto che tutti noi abbiamo la necessità di mantenere una coerenza tra le cognizioni che possediamo (cioè le nostre opinioni e credenze), il nostro comportamento e l’ambiente – soprattutto quando questi sono in relazione tra di loro. Il bisogno umano di mantenere un’immagine di sé positiva e coerente è infatti un fattore molto potente che guida e motiva il nostro comportamento e le nostre scelte.

dissonanza3Non sempre è facile mantenere coerente la propria immagine di sé, perché nella vita di tutti i giorni dobbiamo affrontare situazioni quotidiane che costituiscono delle vere e proprie sfide “cognitive”. Nel momento in cui le credenze, le opinioni e gli atteggiamenti relativi ad uno stesso ambito non sono congruenti, ne deriva appunto la dissonanza cognitiva, che provoca uno stato di disagio emotivo che siamo spinti a rimuovere per ristabilire l’equilibrio (l’intensità di questo disagio sarà direttamente proporzionale all’importanza dell’argomento e al numero di elementi che si trovano in contraddizione). In più, l’individuo che si trova in una condizione di dissonanza – oltre a cercare di ridurla – eviterà attivamente situazioni e conoscenze che probabilmente aumenterebbero ancora di più quella dissonanza.

Come risolvere la dissonanza?

La dissonanza cognitiva ci permettere quindi di ripristinare l’equilibrio, riordinare pensieri ed emozioni, ogni volta che stiamo vivendo un momento di disequilibro o di incoerenza che mina il nostro benessere e ci provoca dubbi e sofferenze.

Per ristabilire questo equilibro occorre modificare una delle cognizioni in modo che esse non siano più incongruenti. Festinger ha individuato tre modalità che le persone utilizzano per ridurre l’incongruenza:

  • Cambiando il proprio comportamento: quando la dissonanza è causata da un’incongruenza tra un nostro comportamento e una conoscenza relativa all’ambiente, la strategia più semplice e immediata è modificare il comportamento allineandolo con la conoscenza;
  • Producendo un cambiamento nell’ambiente: questa strategia è più complicata perché è difficile avere così tanto controllo sul proprio ambiente;
  • Modificando il proprio mondo cognitivo: possiamo ridurre la dissonanza cambiando la nostra opinione e il nostro atteggiamento, attraverso la ricerca di prove a favore del comportamento incoerente e continuando a difenderlo (per esempio, un fumatore – pur sapendo che fumare fa male – continuerà a dirsi che gli basta che fumare sia piacevole, o che i rischi per la sua salute non sono in realtà così preoccupanti come gli altri vorrebbero fargli credere).

Torniamo ai nostri esempi. Nella favola di Esopo, la volpe – dopo diversi tentativi infruttuosi di raggiungere l’uva troppo in alto – se ne va dicendosi che, tutto sommato, probabilmente l’uva era acerba. Le cognizioni “non riesco a raggiungere l’uva” e “l’uva sembra matura e buonissima” non sono congruenti quindi la volpe, per risolvere la dissonanza, si impegna in quella che è la strategia che richiede meno sforzo: modifica l’elemento meno resistente al cambiamento (non potendo cambiare la posizione dell’uva, la volte cambia la sua credenza sull’uva stessa). Per Anna, i pensieri “ho sposato Mario” e “avrei potuto essere più felice con Luigi” non sono congruenti: visto che non vuole divorziare da Mario (sarebbe la scelta più difficile, con maggiore dispendio energetico ed emotivo), dovrà cambiare idea sulle buone qualità di Luigi e dirsi che non era proprio la persona giusta per lei.

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Un famoso esperimento sulla dissonanza cognitiva

Nel 1959 due studenti di Festinger (Elliot Aronson e Judson Mills) condussero uno studio in seguito diventato molto famoso. Alcune studentesse universitarie furono invitate a prendere parte ad una discussione di gruppo sul sesso. Venne loro detto che, prima di poter partecipare, avrebbero dovuto sottoporsi ad un test (la lettura di un brano ad alta voce) per verificare che fossero in grado di discutere con franchezza dell’argomento. Ad alcune partecipanti fu assegnato un testo ordinario (condizione di controllo); ad altre venne assegnato un testo con un certo numero di parole imbarazzanti (condizione chiamata di “iniziazione morbida”) e ad altre ancora venne assegnato un testo contenente parole molto oscene (condizione di “iniziazione dura”). L’ipotesi dei ricercatori era che le ragazze sottoposte ad iniziazione dura, che avevano cioè dovuto affrontare un’esperienza sgradevole, sarebbero state ancora più interessate al gruppo rispetto alle altre studentesse. “La risposta prevalente fu che la nostra ipotesi era sciocca – che andava contro il buon senso. Chiaramente uno stimolo (la discussione di gruppo) associato con qualcosa di spiacevole (l’iniziazione imbarazzante) sarebbe piaciuto meno a causa dell’associazione stabilitasi” (Aronson, 1988). Come ha riportato anni dopo Aronson, quell’ipotesi andava contro le teorie dominanti di quel periodo: si credeva che se una persona avesse subito un’esperienza negativa relativa all’ingresso nel gruppo di discussione, il gruppo sarebbe stata valutato negativamente.

Dopo la “cerimonia di iniziazione”, alle partecipanti venne detto che era tardi per partecipare alla discussione di quel giorno, ma potevano ascoltare la discussione in corso per essere più preparate per il prossimo incontro: con delle cuffie, le studentesse ascoltarono una discussione estremamente noiosa (in realtà, preregistrata). In ultimo, venne loro chiesto di valutare la discussione che avevano appena udito.

L’ipotesi degli sperimentatori fu pienamente confermata: le studentesse che avevano subito un’“iniziazione dura” valutarono in modo molto più positivo la discussione rispetto alle studentesse nelle altre condizioni (condizione di controllo e di “iniziazione morbida”). L’interpretazione di questi risultati si basò sulla teoria della dissonanza cognitiva: per le studentesse che avevano subito un’esperienza sgradevole (l’iniziazione dura), la realizzazione che il gruppo fosse anche terribilmente noioso era una cognizione dissonante. Non solo avevano dovuto leggere un brano quasi volgare ad alta voce, ma la discussione a cui avrebbero dovuto partecipare si era rivelata anche poco interessante, non ne valeva per niente la pena! A questo punto, le studentesse dovevano risolvere una situazione dissonante: la strategia più semplice per ristabilire l’equilibrio era quella di modificare la propria opinione sulla discussione, riferendo che era stata piacevole ed interessante, per poter rendere quell’esperienza sgradevole “cognitivamente coerente”.

Tirando le fila

La teoria della dissonanza cognitiva è considerata così importante perché ha davvero rivoluzionato la psicologia sociale. A Festinger spetta in particolare il merito di aver aiutato a superare il dominio del comportamentismo (secondo cui solo i comportamenti osservabili potevano essere studiati e analizzati, senza porre quindi attenzione ai processi cognitivi o emotivi), che aveva dominato la psicologia fino a quegli anni.

La forza della teoria di Festinger è che la dissonanza cognitiva ci riguarda tutti, in moltissime delle scelte che dobbiamo fare ogni giorno. È sicuramente capitato ad ognuno di noi, e capiterà ancora in futuro, di dover affrontare una situazione di incongruenza e di disequilibrio. Essere consapevoli dei modi in cui la dissonanza cognitiva ci influenza potrebbe però aiutarci a mettere in atto strategie migliori ed evitare conseguenze spiacevoli.

 

Per approfondire:

– Amerio, P., Bosotti, E., & Amione, F. (2001). La dissonanza cognitiva. Teoria e sperimentazione. Torino: Bollati Boringhieri

– Aronson, E. (2013). L’animale sociale. Milano: Apogeo Education.

– Festinger, L. (2001). Teoria della dissonanza cognitiva. Milano: Franco Angeli.

– Festinger, L., Riecken, H. W., & Schachter, S. (2012). Quando la profezia non si avvera. Bologna: Il Mulino.

– Moghaddam, F. M. (2002). Psicologia sociale. Bologna: Zanichelli.