QUANDO GLI OGGETTI CI RENDONO PRIGIONIERI… DISTURBO DA ACCUMULO
Il disturbo da accumulo: una new-entry nel DSM-5

A cura della Dr.ssa Rita Marri e del Dr. Francesco Artegiani, psicologo psicoterapeuta.

Che cos’è il disturbo da accumulo?

Il disturbo da accumulo (Hoarding Disorder) è entrato ufficialmente a far parte della nosografia psichiatrica e psicopatologica nel 2013, con l’uscita del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) a cura dell’APA, ma era già argomento di interesse e di ricerca da parte degli psicologi da una ventina d’anni, in particolare a seguito della concettualizzazione di quello che Frost e Hartl (1996) avevano chiamato compulsive hoarding. Le caratteristiche del disturbo da accumulo includono:

  • Una difficoltà a buttare via o separarsi dai propri oggetti, a causa di un bisogno percepito di conservarli e del disagio associato al buttarli via;
  • Questa difficoltà produce un accumulo che congestiona gli ambienti della casa e ne impedisce l’uso per cui erano originariamente designati: per esempio nel bagno la vasca è così ingombra di oggetti che l’individuo non può più lavarsi in modo adeguato, o la cucina è così piena che egli non può più cucinare e deve ricorrere a pasti pronti;
  • Un’eccessiva acquisizione di oggetti non necessari, di valore limitato o per cui non vi è sufficiente spazio in casa.

accumuloIn passato tutti coloro che presentavano comportamenti di accumulo patologici venivano diagnosticati come disturbo ossessivo-compulsivo ma ad oggi le ricerche mostrano numerose differenze tra i due disturbi: il disturbo da accumulo sembra essere più prevalente del disturbo ossessivo-compulsivo (2-6% vs 1-2%); i pensieri relativi all’accumulo non sonno sperimentati come intrusivi, ma sono egosintonici (cioè non sono percepiti come un problema dal soggetto) e associati a emozioni positive come piacere ed euforia; infine gli individui con disturbo da accumulo presentano spesso uno scarso insight, ovvero essi possono provare stress, ma non sono in grado di riconoscere che questo è causato dall’accumulo e tendono a imputarlo a cause esterne come gli spazi limitati o le interferenze dei familiari.

Conseguenze sulla propria salute e sulla propria famiglia, ma anche di natura legale

Il disturbo da accumulo è una condizione molto invalidante, che ha ripercussioni negative su tutti gli aspetti della vita di chi ne soffre ma anche di coloro che gli vivono accanto. Visto che i sintomi non vengono considerati problematici, spesso queste conseguenze negative sono ignorate o sottovalutate dai soggetti stessi e questo le rende ancora più pericolose.

Questo disturbo comporta conseguenze gravi nel nucleo familiare dell’individuo, sulle relazioni tra chi ne soffre e i propri familiari e anche sulle vite private dei familiari stessi. I membri della famiglia sperimentano forti emozioni collegate ai comportamenti di accumulo, tra cui tristezza, rabbia, disgusto, risentimento e frustrazione verso la persona che soffre di tale disturbo.

Le condizioni della casa possono rappresentare un enorme pericolo per la salute di chi accumula. Sono molto comuni le infestazioni di pulci, topi e cimici dei letti. Le pile di agglomerati di oggetti possono mettere a rischio la struttura della casa e aumentano moltissimo le probabilità di cadute e incendi. In più in caso di emergenza, i vigili del fuoco o gli operatori del soccorso sanitario potrebbero avere gravi difficoltà ad arrivare a soccorrere chi ne ha bisogno.

Infine, gli individui che accumulano vanno incontro a una serie di problemi legali che possono avere gravi conseguenze, come lo sfratto o segnalazioni legali per le problematiche di tipo igienico, fino ad arrivare all’intervento processuale.

Una particolare forma del disturbo è rappresentata dall’accumulo di animali, dove non è necessariamente il numero degli animali che determina un problema di accumulo, quanto piuttosto l’incapacità di prendersi cura adeguatamente di questi animali. L’animale, per la sua disponibilità e facilità di accesso e interazione, può facilmente servire come una figura di attaccamento alternativa nel caso in cui si stiano affrontando situazioni stressanti, in presenza di genitori o caregiver assenti o poco affettuosi.

L’aspetto più insidioso del disturbo da accumulo di animali è che esso può essere scambiato, sia dai soggetti che accumulano sia da chi entra in contatto con loro, per un comportamento dettato solo dall’amore incondizionato per gli animali, e questo va a rinforzare il comportamento patologico. Una delle implicazioni più pericolose è sicuramente il maltrattamento dell’animale, che non è voluto dall’individuo, ma è una conseguenza obbligata del tentativo di occuparsi di così tanti animali in condizioni spesso precarie. In queste situazioni il benessere degli animali è estremamente compromesso dalla mancanza di riparo, sufficiente cibo, acqua, spazio, adeguata socializzazione e stimolazione e soprattutto adeguate cure veterinarie.

accumulo 2Come si struttura un intervento efficace?

Il disturbo da accumulo è una condizione che spesso rimane nell’ombra, perché i soggetti che ne soffrono mantengono il segreto: l’estremo caos e i problemi con gli oggetti si celano dietro la porta di casa e finché quella porta rimane chiusa, non ci si potrebbe neanche immaginare quali siano le reali condizioni dell’abitazione. In un’ottica orientata alla prevenzione, puntare un faro verso questa condizione risulta di estrema importanza per poter riconoscere più precocemente possibile quei comportamenti “anomali” che possono però rappresentare una condizione di sofferenza profonda per la persona.

Il disturbo da accumulo è stato tradizionalmente considerato come un disturbo dell’età adulta, ma negli ultimi anni la letteratura ha evidenziato come i primi sintomi spesso comincino nell’infanzia o nell’adolescenza. I comportamenti di accumulo tendono ad avere un andamento cronico e rappresentano un fattore prognostico negativo, quindi la valutazione di questi problemi in età evolutiva è di fondamentale importanza. La maggior parte degli individui riporta l’esordio entro i 12 anni e quasi tutti lo riportano entro i 18, ma i primi segni possono presentarsi fin dai 3 o 4 anni. Le difficoltà nella valutazione dell’età di esordio risiedono nell’ampio intervallo tra l’inizio dei sintomi e l’età in cui i comportamenti problematici sono riconosciuti da chi ne soffre e dai familiari (in genere passano dieci anni o più dalla prima manifestazione alla realizzazione del problema e anche decenni prima che il soggetto, o qualcuno per lui, decida di chiedere aiuto), ma anche nella complessa differenziazione tra comportamenti di accumulo normali in alcune fasi dell’età evolutiva e comportamenti, invece, patologici.

accumulo 3Il trattamento che ad oggi è stato più applicato e studiato è quello cognitivo-comportamentale (CBT), che ha riscosso maggior successo in associazione al trattamento farmacologico (in particolare a base di paroxetina, venlafaxina o metilfenidato). Questo protocollo aggiunge ai classici trattamenti cognitivi-comportamentali le visite a domicilio, che sono molto importanti per poter valutare accuratamente le condizioni di vita del paziente. Viene data attenzione alle tecniche di colloquio motivazionale (per poter aumentare la compliance al trattamento), alla psicoeducazione (per il soggetto ma anche per i suoi familiari), ai training di abilità di problem solving, alla ristrutturazione cognitiva e all’esposizione in immagine o in vivo. Un problema fondamentale di questo trattamento è che ad oggi esistono pochi terapeuti specializzati per la cura del disturbo da accumulo.

Anche gli interventi di gruppo sono molto efficaci perché mettono in moto una serie di processi che aiutano a promuovere il cambiamento terapeutico: i membri riconoscono di non essere soli a soffrire del disturbo e questo può ridurre lo stigma e la vergogna; la coesione che si sviluppa all’interno del gruppo sembra sostenere e fornire pressione positiva dai pari per motivare al cambiamento; i membri del gruppo si aiutano condividendo esperienze e consigli; il contatto sociale e la socializzazione, sia all’interno delle sessioni che tra una sessione e l’altra, aiutano a ridurre l’isolamento sociale.

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