Di Federico Fumanti

Mindhunter è la serie evento del momento, che ha convinto critica e pubblico e ha portato sul piccolo schermo il sempre eccellente lavoro di David Fincher. In questo articolo analizziamo come e perché la prima stagione abbia avuto questo gradimento nonostante, e forse grazie, alla sua atipicità.

Mindhunter – la sinossi

Stati Uniti, fine anni ’70. E’ un momento di grande cambiamento per la società americana e anche l’FBI inizia a cambiare, coi come è cambiato il mondo del crimine, con l’emergere sempre più prorompente di delitti perpetrati da quelli che la società chiama” mostri”ma non ancora “serial killer”. In questo mondo, gli agenti Ford e Tench iniziano a muovere i primi passi nel definire quella che sarà la moderna psicologia criminale, e lo fanno interrogando la fonte di questo male, i più efferati assassini di quel tempo rinchiusi in carceri di massima sicurezza e destinati alla sedia elettrica.

Corpus e cornice

In Mindhunter non c’è nessuna caccia all’assassino, non c’è nessun caso di puntata che debba portare chi indaga ad arrestare qualcuno che ha commesso un omicidio, o quantomeno non è cosi rilevante. No, niente di tutto questo. In Mindhunter la caccia è alla mente di quelli che all’epoca venivano ancora chiamati killer sequenziali, a studiare e comprendere i motivi che hanno spinto un essere umano ad ucciderne brutalmente un altro. Ad occuparsene sono due agenti dell’FBI molto diversi tra loro, Ford e Tench, studiosi di scienze comportamentali, che vanno ad infilarsi in quello spazio dove nessuno, prima di quel momento, era riuscito (o non aveva voluto) esplorare. Fino a quel preciso periodo storico il Male era visto solo come un qualcosa da condannare senza se e senza ma. Con questo nuovo approccio, invece, attraverso l’espediente dell’intervista, Ford e Tench si dirigono nelle carceri di massima sicurezza per studiare da vicino quel Male impersonato da mostri destinati ad essere giustiziati.

La magia di Fincher e dei protagonisti

Come può appassionare, quindi una serie atipica come Mindhunter dove il climax dell’episodio è raggiunto nelle lunghe scene delle interviste ai serial killer, cosi verbose ma al contempo cosi affascinanti? Sicuramente l’apporto di Fincher, regista di 4 episodi su 10, è presente e si fa sentire( che meraviglia il primo episodio girato nel formato panoramico) cosi come un plauso va fatto a chi in fase di scrittura è riuscito a svolgere un lavoro eccellente, con dialogo di un livello sempre alto. Ma la serie la fanno da padroni anche i due protagonisti. Singolare la scelta del protagonista principale, quel Jonathan Groff dal viso cosi giovane e pulito che inizialmente estranea ma quasi fin da subito convince nei panni dell’agente Holden Ford. Eroe fragile, che conosciamo inizialmente come essere umano a disagio con la sua stessa ignoranza e impotenza per assistere a una graduale trasformazione, a lui si affiancano altri personaggi tra cui il partner rozzo Bill Tench (Holt McCallany) e due donne: una è la misteriosa fidanzata, Debbie (Hannah Gross) e l’altra è la psicologa omosessuale Wendy Carr (Anna Torv).

Contenuti e generi

La serie di Fincher, soprattutto nelle dinamiche femminili, corteggia infatti anche il genere noir. Il cuore pulsante di Mindhunter sono, infatti, i lunghi colloqui di Holden Ford con i vari mostri che, in qualche scomoda maniera, finiscono per diventare mentori. È qui che la serie brilla davvero, brilla più intensamente. La sensazione è che si potrebbero passare dieci ore della propria vita soltanto seguendo il detective nei labirinti mentali di personaggi a dir poco pazzeschi come Ed Kemper mentre comprendiamo che quando si tratta di esplorare la psiche perversa di un assassino ciò che conta non è la qualità, ma la sequenza delle domande. Ford comprende che le sole bussole possibili per orientarsi nei sentieri della crudeltà sono l’istinto, un’umanità profonda messa costantemente e consapevolmente a rischio, e soprattutto la già citata empatia.

Mindhnter è sostenuto dai dialoghi mai triti, mai banali, mai scontati. Sempre eccezionali. Sono proprio i dialoghi a fare di questo prodotto atipico, coerente e disturbante ma sempre cerebrale, mai insopportabile, forse la serie tv più ricca e scintillante (finora) dell’autunno 2017.

Un giudizio in sintesi

E’ difficile incastonare in un genere preciso Mindhnter. Etichettarlo come thriller psicologico sarebbe effettivamente riduttivo e persino errato perchè nonsono presenti i classici stilemi del genere. Mindhunter rappresenta una novità per la serialità televisiva, che non si preoccupa di essere cosi complessa ed esclusiva ( che esclude una consistente fetta di pubblico) per via di questa narrazione fluttuante che è il vero punto di forza della serie. Un vero e proprio gioiello. In attesa della seconda stagione, già confermata da Netflix prima ancora dell’uscita della prima.