A cura della dott.ssa Giovannina Marasco, educatrice

In una società definita “senza padri”, risulta molto importante riflettere sul ruolo paterno nel passaggio dalla seconda infanzia alla preadolescenza e all’adolescenza di un figlio.

Qual è lo specifico che connota il ruolo paterno in questa fase del ciclo evolutivo di un minore? Perché la funzione paterna non è facilmente sostituibile?

Spesso, nel disagio associato alla crescita, il padre, con quello che fa, ma anche con quello che non fa, risulta determinante. D’altra parte occorre osservare come, a volte, le esplorazioni nel territorio del rischio comportamentale o della devianza da parte di alcuni adolescenti rappresentino una implicita richiesta al padre di presentarsi sulla scena della loro crescita ed adempiere ai propri compiti genitoriali: ovvero sostenerli nelle difficoltà, definire regole e farle rispettare.

Sostenere tutti questi compiti all’interno della relazione educativa con un figlio non è facile per i padri, soprattutto per quelli di oggi, che si sono trasformati rispetto a quelli di un tempo. Abbandonata la rigida connotazione autoritaria tipica dei padri del passato, i padri contemporanei spesso trovano faticoso conciliare affetto e autorevolezza e fondere questi due attributi, incarnandone una valida sintesi.

Ecco, allora, che molti papà preferiscono rimanere amici dei figli e rinunciare a presidiare la dimensione delle norme e delle regole. Temono che esercitare all’improvviso l’autorità, dopo averli molto amati nel corso della prima e della seconda infanzia, causa ai figli un dolore insostenibile.

Ci si trova allora, spesso di fronte a genitori incapaci di dire “no” a un figlio, per non farlo sentire triste, oppure arrabbiato, e per evitare di dover gestire crisi di mutismo, pianti disperati, ribellioni con sbattimento di porte. Spesso si comportano in questo modo perché in concreto non sanno tollerare la frustrazione di apparire come padri cattivi. La convinzione di questi papà è che, concedendo tutto – senza limiti e restrizioni- saranno amati sempre e incondizionatamente. Il sovrainvestimento affettivo rivolto verso un figlio, però, li intrappola nell’incapacità di diventare guida sicura e autorevole per chi sta cercando la propria direzione nella vita.

Questo comportamento è probabilmente ciò che oggi spinge a parlare di una “società senza padri”, additata da tanti come causa dei molti problemi di crescita che affliggono gli adolescenti.

Quali sono i motivi per cui i padri di oggi si alleano così spesso con i figli, autorizzando la loro mancata crescita, trasformandoli in eterni bambini, sempre alla ricerca del principio del piacere e incapaci di aderire al principio di realtà?

In molti casi i padri di oggi, così preoccupati di non far sperimentare le frustrazioni e fatiche ai figli, ne rallentano il percorso lungo la strada dell’impegno e della progettualità, l’unica in grado di permettere ad un adolescente di potersi individuare per mettere a fuoco in modo efficace un’idea e un’immagine di sé intorno alla quale costruire e sviluppare il proprio progetto di vita. Una probabile causa può essere la crisi dei modelli di autorità, norma e potere rintracciabile a livello macrosociale. Le dimensioni solitamente incarnate dalla figura paterna, ovvero autorità, norma e potere, sono oggi rappresentate sulla scena sociale da figure che assomigliano più ad un furbo Lucignolo che ad un serio ed impegnato Geppetto. Non c’è che convenire che chi dovrebbe incarnare al livello più alto i valori vicini alle funzioni paterne mostra di perseguire tutt’altro, orientato più all’interesse personale che alla tutela del bene pubblico. E questo influenza in modo importante anche il lavoro educativo a livello familiare; dove i padri si pongono come obiettivo quello di “far star bene” un figlio, più che farlo crescere in base a quei valori forti e solidi che incarnavano il concetto di bene nelle generazioni passate.

Questi figli, a lungo sognati e progettati, quindi fatti nascere e coperti di attenzioni e aspettative, non possono nella mente paterna tradire il sovrainvestimento di pensieri, desideri di cui sono stati oggetto sin dal primo giorno. Coperti di beni materiali dai genitori in corsa con la vita e con la carriera, mostrati come trofei ad amici e parenti a ogni occasione, quando entrano in adolescenza, come da sempre fanno i ragazzi, operano strategie di allontanamento dai genitori, trovano padri e madri incapaci di separarsi da loro e disposti a tutto per trattenerli vicino a sé, giustificando, a volte, i loro errori oltre ogni limite. Ed ecco che ogni agio e privilegio diviene una vera e propria strategia che evita ai genitori di dover fare i conti con ciò che i sociologi chiamano “la sindrome del nido vuoto”. Figli dell’adolescenza prolungata fino a 30 anni sono la dimostrazione vivente dell’incapacità dei padri di oggi di separarli dall’abbraccio invischiante e protettivo delle madri, abbraccio, anzi, che spesso viene utilizzato dal padre per non allontanare da sé un figlio che non si vuole perdere.

AIUTARE I PAPÀ

Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova generazione di uomini che hanno saputo abbracciare un modello di paternità che accompagna con disponibilità e amore il figlio in prima e seconda infanzia, che hanno imparato a giocare con lui, ma che, poi, all’ingresso nell’adolescenza, non riescono a presidiare funzioni più normative e adulte che permetterebbero di sostenere la crescita non solo con l’affetto, ma anche con regole e contenimento. A questi papà serve poter dialogare intorno alla propria esperienza paterna, rivedere criticamente le trasformazioni che li hanno resi capaci di abbandonare il modello del “padre padrone”, di cui magari sono stati figli, ma, al tempo stesso, serve capire perché non sono riusciti a diventare papà capaci di miscelare istanza normative e affettive. Probabilmente il problema sta in un mal funzionante dispositivo di crescita che non permette agli adolescenti di fare una sana “guerra” con il proprio padre, così da separarsene sentendo di aver avuto di fronte un “apparente nemico” che in realtà è stato un ottimo allenatore che gli ha permesso di sviluppare la muscolatura emotiva con cui affrontare le tempeste della vita.

Bibliografia consigliata:

– ANNA OLIVERIO FERRARIS, PAOLO SARTI. Sarò padre. Desiderare, accogliere, saper crescere un figlio. Giunti
– BOWLBY J. (1979), Attaccamento e perdita. Vol.1: L’attaccamento alla madre. Bollati Boringhieri, Torino.
– BOWLBY J. (1988), Una base sicura, Raffaello Cortina, Milano.
– GREEMBERG M. (1994), Il mestiere del papà. Il ruolo del padre nello sviluppo del bambino e nella crescita di tutta la famiglia, RED, Como.
– MAGGIONI G. (a cura di, 2000), Padri nei nostri tempi. Ruoli, identità, esperienze, Donzelli, Milano.
– PELLAI A. (2003), Nella pancia del papà. Padre e figlio: una relazione emotiva. Franco Angeli Ed., Milano.
– PELLAI A. (2007), Le mie mani sono le tue ali, San Paolo Ed., Milano.
– PELLAI A. (2007), Sul monte della tua pancia. Le emozioni di un uomo in attesa di un figlio, San Paolo Ed., Milano.
– PELLAI A., GUALA A., BONA G. (2007), Sentirsi padre. Una ricerca alla scoperta del mondo emotivo dei nuovi padri.
– PELLAI A. (2008), Da padre a figlia. la lettera che ogni padre vorrebbe scrivere, le parole che ogni figlia dovrebbe leggere. San Paolo Ed., Milano
– PELLAI A. (2009), Questa casa non è un albergo. Adolescenti: istruzioni per l’uso. Kowalski Ed., Milano
– PELLAI A. (2010), E ora basta. I consigli e le regole per affrontare le sfide e i rischi in adolescenza, Kowalski Ed., Milano