A cura della dott.ssa Lidia Martinelli, psicologa

L’inibizione come base dei malesseri psicofisici

Davanti ad un evento stressante, intendendo con questo termine un qualsiasi avvenimento che ci attiva o che ci mette in allarme, il nostro organismo ha a disposizione una serie di risposte possibili: l’attacco, la fuga o l’inibizione. Intuitivamente, l’attacco è quando un essere vivente risponde ad uno stimolo attraverso una risposta difensiva attiva, spesso di natura aggressiva. La fuga è, invece, quando si attivano una serie di processi che aumentano la nostra velocità e la ricerca rapida di un rifugio nel momento in cui attaccare risulterebbe essere controproducente. Infine, l’inibizione si verifica quando non è possibile né attaccare né fuggire ed il corpo, quindi, attiva una risposta difensiva passiva, ovvero si blocca.

Di recente, Laborit ha sottolineato l’importanza di quest’ultimo tipo di risposta, da lui definita per l’esattezza inibizione dell’azione, come base per la maggior parte dei disturbi psicosomatici, ovvero quei disturbi dei quali non esiste una precisa e chiara causa organica, per cui è possibile ipotizzare un’origine di natura psicologica. Ha messo infatti in luce due aspetti importanti:

– la correlazione tra inibizione dell’azione e ipercortisolemia, ovvero eccessiva produzione di cortisolo, chiamato, non a caso, l’ormone dello stress. E’ il cortisolo, infatti, il principale neurotrasmettitore responsabile di una serie di reazioni fisiologiche che mandano in titl il nostro sistema nervoso e poi, a catena, il nostro intero organismo a diversi livelli di gravità (deficit immunitari, tumori, malattie autoimmunitarie, sindrome metabolica, artrosi, ipertensione e cardiopatie, gastrite, disturbi del sonno REM, stanchezza, infiammazioni, e molto altro);

– l’inibizione dell’azione è una condizione vissuta dalla gran parte degli individui (facenti parte soprattutto di culture o società occidentali come la nostra), in particolare in coloro che non hanno vissuto, fin da piccoli, in un ambiente di pace e accettazione.

Per fare un esempio, prendiamo il bambino che vive una condizione di stress in famiglia, per esempio perché ha un padre aggressivo. Il bambino non può fuggire di casa, dove mai andrebbe da solo un bambino? Non può però nemmeno intervenire, il papà è molto più grande e forte di lui. Oltretutto, il papà è buono a priori per lui e il bambino non vorrebbe mai, in cuor suo, fargli del male attaccandolo. Allora inibisce. Ma non inibisce solo una possibile risposta esogena, quindi esterna, inibisce anche le proprie emozioni, attivando delle difese e dei blocchi che sono interni e corporei. Questo avviene perché in lui si crea un conflitto interno di natura non solo fisica ma anche psicologica: come si può avere così paura e provare tutta questa rabbia verso una persona a cui si vuole così bene?

Un nuovo costrutto: l’alessitimia

Il livello emotivo è strettamente connesso al livello nervoso, per cui inibire le proprie emozioni significa portare in tensione il proprio sistema nervoso, attivando tutta una serie di manifestazioni corporee di bassa, media o alta gravità. L’alessitimia è un impoverimento dei processi immaginativi che portano all’incapacità di riconoscere e definire i propri stati interni a cui segue, di norma, una inibizione dell’espressione di qualsiasi emozione. Numerose ricerche stanno sempre più mettendo in luce come l’inibizione delle emozioni, in particolare la tendenza a reprimere la rabbia, è associata ad un aumento della vulnerabilità allo sviluppo di numerosi problemi fisici. Un dato importante, ad esempio, riguarda numerose ricerche che hanno messo in luce come le donne con tumore alla mammella che inibiscono l’espressione delle emozioni negative (come ansia, depressione o collera) siano maggiormente esposte alla sofferenza psicologica ed a una progressione più veloce della malattia.

Cosa possiamo fare per noi

Malgrado le ricerche in ambito psicosomatico siano in continua espansione e ridefinizione, risulta sempre più evidente la necessità di prendersi cura di sé a 360 gradi, tenendo conto dello specifico livello di gravità del disturbo fisico e/o psicologico che ci riguarda più da vicino. Imparare a riconoscere ed esprimere correttamente le nostre emozioni può essere un valido contributo quotidiano e un punto di partenza facilmente accessibile a tutti per sostenere la propria salute e il proprio benessere psicofisico.

Vogliamo, a questo scopo, proporti un semplice esercizio…

Quando hai un momento per te, che può essere in macchina o prima di dormire o quando meglio credi, prova ad ascoltare, nel silenzio, il tuo corpo e verifica se riesci a sentire tutte le tue parti, senza escludere niente, e prova a rimanere con questo tipo di attenzione per qualche minuto. Poi passa a sentire le tue sensazioni interne: la mano come la senti? E la gamba? Il piede lo sento o non lo sento? Ho questo dolore qui, che sensazione mi crea? E poi, infine, dedicati alle tue emozioni: come mi fa sentire il fatto di sentire il petto che si gonfia e si sgonfia? Come mi stare il fatto che le gambe le sento molto pesanti? Entra nelle tue emozioni sia piacevoli che spiacevoli, e magari prova a scriverle dove ti è più comodo oppure fai un disegno libero, senza pensare se sia bello o brutto, lo vedrai solo tu. Ripeti il processo in qualsiasi situazione, soprattutto in quelle più difficili da gestire per te (durante un litigio, quando vieni ripreso a lavoro o davanti ad un pensiero molto negativo) e porta attenzione a quello che stai sentendo e a quello che stai provando. Dedica questo piccolo momento a te ogni giorno e allenati ad un riconoscimento sempre più preciso e rapido delle tue emozioni e dei tuoi stati interni ad esse associate, affinchè possano diventarti sempre più familiari e tu possa sentirti sempre più in grado di ascoltarti e  comprenderti.

 

Bibliografia

Laborit H. (1969), L’Inibition de l’action, Masson, Parigi. Trad. it. (1979). L’inibizione dell’azione, Il Saggiatore, Milano.

Grandi S., Rafanelli C., Fava G.A. (2011), Manuale di Psicosomatica, Il Pensiero Scientifico Editore.