A cura della dr.ssa Giovannina Marasco e del dr. Francesco Artegiani, psicologo e psicoterapeuta

Con questo articolo cominciamo ad affrontare una prima tappa riguardo la permanenza del bambino nel letto matrimoniale. Nelle tappe sucessive, affronteremo quali consigli potrebbero essere utili nella gestione di un bambino che ha l’abitudine di andare a dormire nel letto dei genitori o con delle difficoltà a dormire nel suo letto.

Il 60% dei bambini di sei anni dorme, regolarmente o sporadicamente, nel lettone dei genitori. Perché? E, soprattutto,  quali possono essere le conseguenze a livello di sviluppo psicologico?

Che ci fa il bambino grande nel lettone con i genitori?

La nostra epoca è quella in cui la cura dei genitori nei confronti dei figli ha raggiunto livelli mai dati nella storia della vita familiare. L’idea di famiglia come focolare, come luogo di affetti, di amore, di scambi improntati non soltanto alla convenienza ma piuttosto all’area di gratuità e dell’intimità, nasce solo nel secolo scorso quando un movimento pedagogico, sociale e politico innovativo conduce alla privatizzazione della relazione tra genitori e figli. (Barbagli, 2000; Barbagli e Kertzar 2002, 2005).

A questa importante rivoluzione si sommano tutte le trasformazioni che il secolo scorso, in particolare il Sessantotto, ha prodotto nel rapporto con i bambini: il desiderio di riuscire a instaurare rapporti sempre più positivi e autentici; la volontà di riscattare approcci e modalità tiranneggianti e violente; l’impegno nel coglierne e soddisfarne i bisogni profondi e le necessità fondamentali. I genitori di oggi hanno alle spalle un’evoluzione pedagogica significativa, sono indubbiamente più attenti e sensibili, dispongono di strumenti, studi, libri e specialisti come mai prima d’ora. Eppure qualcosa non funziona.

Alcune ricerche negli anni (studio longitudinale negli Stati Uniti: Paul Okami, Weinsner, Olmstead, 2002; Cortesi, Giannotti, Sebastiani, Vagnoni, 2004; Daniele Novara 2007), si sono interessate all’aspetto della permanenza tardiva dei bambini nel lettone, ossia dopo il quarto anno di vita. Un fenomeno particolarmente importante sia per il significato psicologico, per altro abbastanza evidente e riferito a componenti sostanzialmente di tipo sessuale, sia per la metafora educativa sottostante.

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Il primo anno di vita è fondamentale per l’attaccamento e la maturazione di un’adeguata percezione e sicurezza di sé e l’accudimento materno è necessario e deve prevalere come risposta ai bisogni del bambino: in questa fase, dormire nel lettone, non presenta in astratto nessun problema dal punto di vista educativo, anche se un’abitudine precoce al lettone potrebbe porre qualche problema nel momento in cui il piccolo incominci a dormire nel suo letto. Verso il quarto anno di vita, poi, il bambino entra in una fase importante che ha attinenze sul piano dello sviluppo dell’identità sessuale, della capacità di elaborazione della separazione dalle figure adulte e dalla madre, e dall’instaurarsi di una progressiva autonomia necessaria ad una crescita sana. È a partire da questa età che comincia a porsi il problema della permanenza protratta nel lettone.

I risultati della ricerca del 2007, eseguita su un campione di 180 bambini frequentanti il primo anno di scuola primaria (settimo anno di vita) di sei diverse classi, hanno delineato un quadro che, rispetto alle indagini precedenti, è decisamente peggiorativo: il 21,12% dei bambini di 6 anni, cioè più di un bambino su cinque, passa stabilmente le notti nel lettone dei genitori, e il dato pare certo perché confermato indirettamente dall’incrocio di due comande, quella sull’utilizzo del lettone e quella sul dormire nella propria cameretta (il 19,04% afferma di non utilizzare mai la propria cameretta per dormire; mentre un altro 38,88% afferma di dormire nel lettone a volte). Se si considera quindi il lato della permanenza assoluta nel lettone e quello della permanenza temporanea si ottiene che, il 60% dei bambini del campione italiano nel settimo anno di vita utilizza per dormire, in maniera più o meno sistematica, il lettone dei genitori. Dato allarmante se si riflette sull’importanza della frustrazione edipica che spinge alla crescita.

La frustrazione edipica che spinge alla crescita

Il termine talamo deriva dal greco thàlamos, “la stanza più interna della casa”, diventata poi nei secoli “camera nuziale” e, ancor più nello specifico, “lettone coniugale”. Anche se ormai non è quasi più utilizzato, riteniamo che questo sia un termine denso di significato. Il talamo è il luogo dell’intimità anche sessuale per la coppia genitoriale e, quando si parla di dormire nel lettone oltre una certa età, si fa riferimento a bambini che in qualche modo si inseriscono in questa intimità genitoriale.

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A partire dai tre anni il bambino si trova in quella che la psicoanalisi classica definisce fase edipica. Senza voler entrare nel merito dell’analisi psicologica del “complesso di Edipo”, è interessante soffermarsi sul significato e sull’importanza pedagogica di un’adeguata strutturazione della frustrazione edipica.

Con “frustrazione edipica” si intende quel processo, presidiato dal codice educativo paterno, che attua la separazione della relazione simbiotica con la madre (prima che questa assuma connotati morbosi) e che limita in modo adeguato il naturale narcisismo e la tentazione di onnipotenza del bambino, consentendogli una positiva evoluzione della personalità, dell’autonomia e della capacità di relazionarsi con gli altri. La distinzione tra codice materno e codice paterno non è una distinzione di genere: ai nostri giorni, a differenza di quanto avveniva in passato quando i ruoli erano più rigidi, entrambe le figure genitoriali, maschile e femminile, attuano atteggiamenti tipici dei due codici. Si tratta piuttosto di una distinzione di natura educativa, dove il materno svolge la funzione di attaccamento, protezione, accudimento, soddisfazione dei bisogni primari; mentre il paterno gioca un ruolo regolativo, consente e stimola autonomia e interessi vitali, genera potenzialità evolutive.

Per un corretto sviluppo psicoevolutivo è importante allora che la mente, a partire dal quarto anno di vita, elabori l’esistenza delle differenze (adulto-bambino; maschio-femmina), del limite posto dalla realtà e dagli altri, e scopra la presenta di una rete di legittimità e divieti di cui potranno poi evolvere i valori e l’interiorità. E’ un momento fondamentale di riorganizzazione interiore, una tappa che, se mancata provoca confusione. Appare chiaro che i bambini, i quali, alla fine della fase edipica, appunto verso i sei anni, si trovano ancora a dormire nel lettone, difficilmente possono aver avuto modo di sperimentare questa specifica frustrazione evolutiva.

Le conseguenze del lettone prolungato

La prima difficoltà per i bambini che restano nel lettone è relativa all’incapacità di cogliere i propri limiti. I genitori non hanno impedito l’accesso al talamo, al luogo mitologicamente tabù, e così facendo non hanno consentito una frustrazione edipica chiara.  Il bambino mantiene una percezione di onnipotenza e vive per certi aspetti una specie di “orfanità” di codice paterno profondo: perde il contatto con le limitazioni della realtà, il senso della conquista della vita, il valore della sfida, il gusto e la soddisfazione del riuscire da soli. I problemi possono riguardare anche la difficoltà di separarsi dall’esperienza originaria per costruire un’effettiva intimità con qualcun altro. Il fantasma della relazione simbiotica costruito in queste permanenze promiscue eccessive impedisce l’instaurarsi di relazioni profonde. Si tratta della difficoltà a vivere la separazione dal legame originario che in qualche modo non è mai stata risolta. La crescita e l’acquisizione della maturità sessuale, che implica una maturazione del corpo, delle emozioni, del desiderio e dell’affettività, necessitano di un distanziamento oppositivo che il codice materno per sua natura non pone. Di conseguenza, la presenza o l’assenza di un’educazione al senso del pudore, che crei quindi un confine chiaro fra l’intimità dei genitori e quella dei bambini, fra la privacy sessuale adulta e infantile, è molto importante. Si tratta allora di recuperare il significato ed il valore del codice paterno individuandone le caratteristiche essenziali e imparando a giocarle nella propria esperienza individuale e di coppia: separare compiti e ruoli, imparare a definire regole chiare, mantenere fermezza e coerenza nelle difficoltà della relazione conflittuale, riacquistare la capacità di stimolare le immense e sorprendenti risorse personali dei bambini, che sono la nostra speranza per il futuro.

Bibliografia:

BARBAGLI M. (2000), Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia italiana dal XV al XX secolo, Il Mulino, Bologna.

BARBAGLI M., KERTZER D. I. (a cura di, 2002), Storia della famiglia in Europa. Il lungo Ottocento, Laterza, Bari.

BARBAGLI M., KERTZER D. I. (a cura di, 2005), Storia della famiglia in Europa. Il Novecento, Laterza, Bari.

CORTESI F., GIANNOTTI F., SEBASTIANI T., C. VAGNONI (2004), “Cosleeping and spleep behavior in italian school-aged children”, Journal of Developmental and Behavioral Pedriatrics, 25(1), 28-33.

OKAMI P., WEISNER T., OLMSTEAD R., (2002) “Outcome correlates of parent-child bed-sharing: An eighteen-year longitudinal study”, Journal of Developmental and Behavioral Pedriatrics, 23(4), 244-253.

NOVARA D., Direttore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la Gestione dei conflitti.